Esigenze cautelari o punizione? Tifosi colpevoli di una cazzata, vittime di una severità immeritata Esigenze cautelari o punizione?

    
   È questo l’amaro interrogativo che m’assale quando, nella mia comunità, si discute dei tragici eventi sportivi del 19 gennaio scorso che hanno portato alla morte di un tifoso, al grave ferimento di un altro ed a ventisei arresti. Diciamolo da subito, a scanso di ogni equivoco. Quanto avvenuto a Vaglio tra tifosi della Vultur e supporters del Melfi è un episodio gravissimo, che sono pronto a condannare senza diritto di replica ma che dovrebbe farci riflettere sui limiti della nostra società, prima che acclamare a giustizia approssimativa come forcaioli impreparati. La sassaiola mediatica di penalisti senza toga e giuristi improvvisati pronti a salire sul carro degli avvoltoi per sputare commenti beceri e banali in cerca di attimi vanagloriosa notorietà è ben più grave dell’episodio stesso. Ho letto, anche su giornali di primo piano e da immarcescibili giornalisti attempati, fatue sentenze emesse ad inizio indagine, ottusi parallelismi con la criminalità organizzata, deliranti trame investigative da signora in giallo. Ma calmiamoci un attimo. I tifosi, e lo dico come lo direi ad un amico, hanno fatto una cazzata. Grossa quanto ad una casa, si. E neppure voglio soffermarmi su quanti dei simpatici commentatori abbiano commesso e continuino a commettere altrettante cazzate a cadenza quotidiana. Mi interrogo, e mi permetto di farlo ad alta voce, sul concetto di Giustizia, sulla funzione delle misure cautelari, e sul significato e le conseguenze sociali dell’evento. La notizia è che la Giustizia è, e deve essere, una cosa seria e la sua funzione non è saziare la fame sociale di pugno duro dei giustizialisti dell’ultima ora. Parlo, e lo dico con fierezza, da ex tifoso frequentante, oltre che da consigliere comunale, prima ancora che da operatore del diritto. Una cazzata va punita, questo è ovvio, ma proviamo a non dimenticare la presunzione di innocenza e l’eccezionalità della carcerazione preventiva. A me, in tutta franchezza, è sembrato un po’ come sparare nel mucchio: un arrembaggio d’arresti alla grida del “tutti colpevoli” sotto l’egida del “punizionismo” sfrenato, accompagnato dai neon delle conferenze stampa in cui gli addetti ai lavori si sono addirittura fregiati di essere i primi in Italia ad aver dato una risposta così severa. E ci sarà un motivo. Probabilmente nel resto d’Italia hanno valutato i fatti con la gravità che meritano, come avveniva fino a qualche mese fa anche in Basilicata in cui episodi analoghi, illuminati dalle sirene delle volanti di Polizia e Carabinieri, ma senza odore di sangue, venivano relegati nel dimenticatoio dell’indifferenza di cui a nessuno importa. Stando a quanto emerso dalle indagini le vetture coinvolte negli scontri non presentano che un paio di colpi che nessuno può dirci se preesistenti o provocati dai tifosi. Due colpi, venticinque arresti. Un esercito di innocenti che, sicuramente, non hanno danneggiato nulla, sbattuti nelle patrie galere, sulle prime pagine, sulle vostre bocche e nelle lacrime di amici e genitori, a rosicarsi il futuro. Colpevoli di una cazzata, vittime di una punizione esagerata. Si badi bene che la legge non punisce, o almeno non dovrebbe, a casaccio o a sentimento: secondo la procedura penale si contestano fatti specifici a soggetti concretamente individuati (es. Tizio ha colpito la macchina). Pur rispettando il lavoro dei Giudici, non ho compreso il ragionamento logico giuridico che ha portato a ritenere colpevole di un singolo fatto specifico un gruppo di venticinque persone. Ammesso che una manifestazione non del tutto pacifica vi sia stata non ho letto, negli atti di indagine, uno (che sia uno!) riscontro specifico nei confronti di un soggetto individuato. Chi può, quindi dire, fino a prova contraria, che Tizio brandiva una mazza e non se ne stava dieci metri più in là a farsi gli affari suoi? Si badi bene, non sto facendo l’avvocato del diavolo, né cercando il pelo nell’uovo. Sto solo dicendo che non si può sbattere in prigione intere generazioni di ragazzi senza aver prima seriamente compreso che ruolo specifico abbiano realmente avuto. Esser stati lì è una cazzata ma non un presupposto sufficiente per la carcerazione preventiva. Punire una cazzata con siffatto rigore è un illogico giuridico, è anch’esso una cazzata. Simili episodi dovrebbero stimolare il dialogo della comunità civile, sportiva e politica, anch’esse, lato sensu, responsabili dell’appiattimento sociale, delle colpe di una generazione che non siamo stati capaci di educare ai valori sportivi. Queste riflessioni, il Daspo, e la giusta pena dopo il giusto processo, possono bastare. Il resto è punizione ed accanimento mediatico che porterà con se disastrose conseguenze sociali. Conosco personalmente quasi tutti i tifosi arrestati e pur convinto dello scarso valore del mio attestato di benemerenza, posso dire che si tratta di ragazzi operosi, lavoratori incensurati e giovani brillanti. È davvero necessario rovinare le loro vite lasciandoli in carcere?

Vincenzo Di Lucchio


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